E. Colicchi, Dell'intenzione in educazione. Materiali per una teoria dell'agire educativo, Napoli, Loffredo, 2011
A Enza Colicchi dobbiamo uno dei modelli di filosofia dell'educazione più netti e organici che siano stati presentati in Italia negli ultimi decenni. Un modello di fine tessitura teorica e testimone efficace di quelle svolte maturate nella pedagogia contemporanea, che si è connessa sempre più (e in forma decisiva e problematica insieme) alla "scienze dell'educazione" e a una filosofia come riflessività epistemica e axiologica (ergo critica) che deve accompagnare e "irrorare"il lavoro di sintesi tra le scienze proprio della pedagogia. Connettendo le une e l'altra a un preciso modello teorico: empiristico-critico, che si salda a una accezione teorico-pratica del sapere educativo e alla centralità delle esperienze educative stesse che ne sollecitano l'elaborazione. La pedagogia deve farsi "scienza empirica dell'educazione", legata al suo operari concreto e ai saperi empirici (=scientifici) che lo possono (e devono), oggi, sotenere. In questo modello la teoria è per la prassi. Ad essa sempre si intenziona e da essa sempre si interroga. Anche se, rendendosi scienza, si salda, deweyanamente, a fonti rigorose, di sapere certo, quali sono le "scienze dell'educazione", i cui dati, però, deve costantemente re-intenzionare verso l'educazione come prassi (riflessa).
Il modello è, come già detto, fine e organico. Sfugge a ogni "dogma empiristico" poiché non isola né la datità scientifica né l'operatività della prassi, ma le connette in una teoria interpretativa che dalla pratica emerge e ad essa ritorna corroborata di teoria. Tra l'altro un modello erede tanto della tradizione pragmatista e deweyana (sensibili i punti di incontro con pensiero di Laporta) quanto di quella epistemico-analitica (echi di Granese sono altrettanto sensibili), come pure del personalismo critico-aperto di marca "padovana" (con Flores d'Arcais come maestro e attento tanto all'axiologia della persona quanto all'epistemologia complessa del discorso pedagogico). Ma da queste lectiones Enza Colicchi ha ricavato e sviluppato un suo punto di vista, sì di sintesi, ma anche ben nettamente contrassegnato dal primato dell'empirico e dalla funzione, centrale, dell'intenzionalità, entrambi ben connessi proprio al legame costante, in pedagogia, tra teoria e pratica.
Dopo avere, a più riprese, illuminato il suo modello pedagogico in una serie di studi che coprono, ormai, quasi trent'anni (da Linee di una teoria dell'educazione, del 1984, a Educazione libertà ragione del 1999 e oltre), negli ultimi anni ha rivolto sempre più l'attenzione all'"agire educativo" cercando di definire una teoria dell'azione in pedagogia rivolta a fissarne le coordinate logiche soprattutto e a cogliere, di queste, la complessità/problematicità costitutiva, la quale reclama una forma di razionalità altrettanto complessa e sfumata, capace di saldare insieme scientificità e interpretazione.
In questo ultimo volume, dedicato all'"intenzione in educazione", è proprio l'aspetto progettuale e regolativo dell'"agire educativo" che viene messo in luce. E lo si fa con ampi confronti storici e teorici (da Aristotele ad oggi) e con una viva sensibilità per l'"esperienza reale educativa", rivissuta dalla parte dell'educatore che unisce, deve unire, "riflessività e spontaneità", costruendo un modello d'azione che proprio nell'intenzione si qualifica e nel rendere questa la protagonista di un "agire ponderato", dotato di ratio e di poiesis ad un tempo. Che salda dinamicamente e "in situazione" scienza e arte. Sul piano poi squisitamente logico tale "agire educativo" incardinato sull'"intenzione" si qualifica come "sillogismo pratico" che rende circolare lo "schema mezzo fine", senza priorità o irrigidimento dell'uno rispetto all'altro "corso", anzi postulandone l'unità dinamica (alla Dewey). Le intenzioni poi non sono regole da applicare. Sono processi la costruire secondo una prassi intelligente ma in cui l'elemento phrònesis resta sempre fondamentale e, anzi, costitutivo.
Tra l'altro, questa logica non copre solo il modello generale del processo "agire educativo", ma alimenta ogni suo atto, si innerva nell'azione empiricamente intesa e si fa costume pedagogico o, detto in altri termini, professionalità educativa. Così Enza Colicchi può concludere: "A volerla definire, l'intenzione educativa è ciò che dà unità [...] Essa investe per intero l'agire e/o il da-farsi-educativo del soggetto agente. L'intenzione educativa fa, di un insieme di per sé indefinibile di comportamenti umani, l'intero di un agire educativo" (p. 175). Ed è una bella e chiara conclusione. E molto efficace.
Allora, di questa sua ultima fatica dobbiamo ringraziare la pedagogista messinese e di avere compiuto questo periplo complesso intorno a quell'oggetto permanentemente aperto e sub judice che è l'atto educativo e di averci consegnato una sua lettura sfumata, complessa e organica e costruita attraverso un fitto dialogo con modelli teorici avanzati e di alto profilo filosofico e pedagogico. Con esiti radicalmente illuminanti.
Franco Cambi
Franco Cambi
Ordinario di pedagogia generale e sociale, Università di Firenze
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