G. Minichiello, Il principio imperfezione. Per una pedagogia della conoscenza, San Cesario di Lecce, Pensa Editore, 2011
Come l'Autore spiega nella Premessa, il volume è mosso dal convincimento che la conoscenza coincide con la vita e pertanto comporta una serie di scelte. L'importante è allora che l'educazione agevoli opzioni corrette, tanto più che il sommo bene, come dicevano gli antichi filosofi, non è altro che il risolversi nella vita (ivi, p. 8). Tale impostazione conduce Minichiello a svolgere un discorso interessante, costruito sul filo di una dialettica che tende da un momento all'altro a rovesciarsi nel suo opposto. Non a caso egli afferma che la ragione si attua tra necessità e contingenza. Tuttavia l'universo della ratio contemporanea intende non istituire un mondo di oggetti "possibili", bensì "assicurati" (ivi, p. 19), ossia determinati e ciò limita la speranza e la responsabilità.
Al contrario, la conoscenza, sempre secondo Minichiello, è una pratica di vita e pertanto, mentre è necessariamente imperfetta poiché la pratica non è mai a priori, ha una natura formativa, ossia volta alla possibilità di ricostruire il mondo in cui si è formata e quindi di innalzare la qualità della vita dell'uomo (ivi, p. 33), che poi è il senso del discorso pedagogico. Ciò conduce il pedagogista a riconsiderare i grandi maestri dell'antichità, dai presocratici (Eraclito, Parmenide ecc.) a Platone, ad Aristotele, insistendo sulla opportunità dell'educazione dell'anima, grazie alla quale il soggetto possa orientarsi nel mondo.
Tra i contemporanei, Minichiello ritiene che Foucault (La cura di sé, 1984) abbia toccato la profondità dell'aspetto pedagogico del problema, collegandolo al tema della verità e della spiritualità dell'uomo (ivi, p. 95). Foucault intende la spiritualità come una tensione verso la verità, che il soggetto non possiederà mai totalmente. Ciò comporta che il soggetto debba cambiare posizione in funzione della continua ricerca di una maggiore sicurezza valoriale. Una simile conversione del soggetto può avvenire secondo norme che devono servire ad una sorta di ascensione, di miglioramento (ecco il rapporto tra ?ρως e ?σκησις). Pertanto, ripete Minchiello chiosando Foucault, la verità è sempre realizzazione del soggetto. Il maestro, pertanto, l'educatore ha il compito di indirizzare alla cura di sé. Ne segue (ivi, p. 101) l'importanza della nozione del modello, perché, alla fin fine, la verità è il modello trascendente a cui bisogna conformarsi, mentre il maestro deve prendersi cura dell'allievo, fungendo, come egli scrive, «da principio e da modello della cura» (ibid.) dell'alunno.
Ma tutto questo ancora non basta, continua l'Autore: ci vuole la convergenza della volontà. E qui il discorso si sposta sull'analisi d pensiero di Jonas (Dalla fede antica all'uomo tecnologico, 1974). E questo a ragione, in quanto non può esistere una conoscenza che non sia sorretta dalla volontà di conoscere. Da questo punto di vista, esiste una sorta di compenetrazione tra conoscenza e volontà (volontà di conoscere), senza la quale, si potrebbe osservare, lo stesso studio non ha alcun significato.
Il discorso di Minichiello, possiamo dire, si organizza in un attento reticolato di rinvii, che intendono spiegare non solo come il discorso pedagogico non possa essere scisso da quello speculativo, ma deve implicarlo, ma come esso deve essere continuamente tenuto presente nella sua naturale contingenza, perché deve essere sempre pronto a riscattarsi dagli esiti dogmatici e ideologicamente orientati.
Aggiunge il pedagogista avellinese che tutto questo fa sì che la società debba essere intesa come un insieme indefinito di oggetti e che la formazione del soggetto debba essere considerata mirante ad un individuo auto-disciplinato (ivi, p. 132). Poiché il mondo oggettivo della modernità è quello del denaro, della proprietà ecc. (ibid.), è opportuno che il soggetto auto-disciplinato non ne sia un succube passivo, come potrebbe accadere per un certo modo di intendere le scienze della formazione che ha come mira «la formazione di un soggetto educato mediante procedure neutrali, mediante tecniche, che non richiedono particolari propensioni o attitudini individuali, "di indole" » (ivi, p. 139). È il cosiddetto problema dell'identità funzionale, per cui più che ad una vera formazione morale dell'individuo, legata e valori condivisi o condivisibili, si tende, attraverso un processo di istruzione, all'adattamento e alla socializzazione, come è nella tecno-scienza moderna (ivi, p. 141). Qui Minichiello tocca il punto centrale del problema del formativo, cogliendone con chiarezza l'ambiguità e l'aspetto ambiguità di tante scelte pedagogiche contemporanee. Egli lamenta tale razionalità limitata: «alla località degli ordini e delle connessioni di senso del mondo corrisponde la limitatezza della razionalità del comportamento, che è la specie di pensiero adatta a sopravvivere in un mondo senza risultare elemento di disordine di tale mondo»(ivi, pp. 144-145). Minichello diffida del secolo della conoscenza realizzata e delle macchine, come è perplesso nel poter trovare una morale in una società agnostica come quella contemporanea; riprende pertanto il tema del religioso come quello capace di andare oltre la dimensione temporale, sollecitando (ivi, p. 178) il discorso pedagogico a indirizzarsi verso una pragmatica performativa, che implichi il dover essere libero.
Merito non piccolo del volume di Minichiello, informato di una larga e attenta lettura di classici del pensiero, è quello di aver mostrato non solo la fragilità di un sapere che intende porsi definitivamente come chiarificatore e di una tecnica (anche pedagogica) che pretende di essere liberatrice, ma nell'aver ricordato che la vita si costruisce vivendola, e che una buona vita richiede non solo il possesso di un abito sapienziale, ma di una retta volontà. Il che, si potrebbe asserire, non garantisce alcun risultato, ma sono le premesse indispensabili per poter cercare di vivere al meglio della propria spiritualità. Questo è in fondo il compito che deve proporsi in primis l'educazione e che invece, molte volte, è messo totalmente da parte per la formazione di un uomo integrato in un sistema prefissato, e quindi diviene una semplice promozione dell'alienazione abilmente occultata in nome della felicità nell'immediatezza del presente.
Giovanni U. Cavallera
Giovanni U. Cavallera
Dottorando di ricerca, Università di Firenze
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