S. Calabrese, Letteratura per l'infanzia. Fiaba, romanzo di formazione, crossover, Milano, Bruno Mondadori, 2013; L. Cantatore (a cura di), Ottocento fra casa e scuola. Luogi, oggetti, scene della letteratura per l'infanzia, Milano, Unicopli, 2013.
Ormai la "musa pedagogica" (così Croce stigmatizzava la letteratura per l'infanzia, che veniva esteticamente emarginata e depotenziata), è finalmente uscita di scena e di questo tipo di letteratura si è venuti, via via, riconoscendo e il valore estetico e la densità delle poetiche, nonché i complessi sviluppi (tra Otto, Novecento e Duemila), la molteplicità dei percorsi attraverso i quali può essere analizzata (storici, letterari, pedagogici, ma anche linguistici, immaginativi, psicologici etc.) e i traguardi alti (in senso squisitamente artistico) che ha raggiunto nel corso dei due secoli (e poco più) che l'hanno esplicitamente coltivata. Di tale "genere" letterario possediamo ormai sì la storia, ma anche i diversi canoni narrativi e la varietà delle tradizioni dei sotto-generi (fiaba, romanzo, poesia etc.) e delle identità nazionali. La "musa modesta" ha lasciato il campo a testi e letture anche sofisticati, che applicano i principi dello strutturalismo e della morfologia del narrativo e ci rimandano un'immagine del "genere" letterario in questione assai raffinata e specifica e culturalmente forte. Il riscatto della letteratura infantile (iniziato già negli anni Sessanta/Settanta) ha prodotto anche in Italia, a livello universitario, una specializzazione critica di grana fine, che ha toccato varie "scuole" ed ha avuto vari protagonisti, ma che tra Padova, Bologna, Genova, Firenze e Roma e ora anche Modena, ha trovato un po' suo "asse culturale" e ha declinato via via il suo identikit metodico e ideologico: di una metodologia fine e plurale, di una ideologia formativa secondo obiettivi alti, nettamente emancipativi, e per tutti, in particolare.
Nell'ultimo scorcio del 2013 sono usciti due testi che ben esemplificano questo status più ricco e più complesso della letteratura infantile per l'investigatore attuale: quello di Calabrese, che sviluppa una riflessione generale, e quello di Cantatore, che sviluppa invece indagini sui tópoi (alcuni, ma ricorrenti) di tale letteratura nella sua età "classica" (tra Otto e Novecento). Due opere diverse, sì, ma complementari, se lette secondo l'ottica della comune lectio relativa alla critica della letteratura infantile. Opere che si integrano felicemente e in modo costruttivo, proprio per rimandarci l'immagine più avanzata di tale "genere" e del suo valore narrativo/storico/estetico.
Calabrese è autore di studi diversi su questa frontiere, e tutti raffinati e utilissimi (dal suo Fiaba, uscito per la Nuova Italia anni fa, alla raccolta dei "libri per l'infanzia che hanno fatto l'Italia" uscita di recente per Rizzoli). Studioso aperto alle nuove frontiere d'indagine letteraria e sensibile alle diverse logiche del narrativo, ci consegna ora uno sguardo d'insieme (e di oggi) sulla letteratura infantile, di cui di scandiscono gli itinera storici, ma soprattutto il "gioco" complesso delle forme e, correlativamente, delle interpretazioni, sottolineando proprio il carattere formativo (cognitivo e narrativo-ludico al tempo stesso) e la sue attuali tecniche innovative che hanno fatto fare alla "children's literature [...] corposi passi avanti" (p. 25), come avviene con gli "iconotesti". Poi il volume si sofferma sul sottogenere della fiaba, sottolineandone l'"intreccio", le "logiche", le "strutture narrative" (tipo metamorfosi) di lunga tradizione e di alto impatto comunicativo. Poi anche su "narratori e personaggi", con indagini assai fini sempre anche interne al fiabesco per passare alle "morfologie fiabesche" appoggiandosi alla analisi di testi narrativi e di testi crtici: significativa quella relativa ai "colori" e in particolare alla "triade cromatica bianco-rosso-nero" già di ascendenza iniziatico-rituale. L'autore indaga poi il romanzo di formazione e lo fa con precisa capacità analitica, ma sottolineandone anche la lunga tenuta storica (fino al Novecento) le sue stesse varianti (fino al romanzo di "de-formazione" e tessendone la "morfologie romanzesche" che fanno di questo sottogenere narrativo capace di parlare anche ai ragazzi d'oggi. Allora Calabrese può concludere, con un forte supporto neurobiologico di riferimento, che proprio la "controfattualità" è il focus più segreto della letteratura infantile, come rivela il suo recente "ritorno al fiabesco col fantasy, col cyborg e così, lì, il pensiero ricostruisce "il passato nel presente creando rappresentazioni alternative a quanto già avvenuto", rivelando "eventi futuri servendosi della banca-dati memorizzata dal nostro cervello relativamente a ciò di cui abbiamo fatto esperienza" (p. 189). Una conclusione felice: che pone l'accento proprio sulla fertilità della ricerca attuale relativa alla letteratura infantile e alla sua molteplice caratura formativa.
Il volume curato da Cantatore si dispone invece sul fronte di ricerca dei "mitemi" della letteratura per l'infanzia, propri nella sua stagione di decollo e di crescita (tra Otto e Novecento), per già lì fissare la complessità tematica che l'alimenta e la rende un'esperienza educativa di forte significato. Come pure nel suo aspetto di svolta narrativa. Così la "casa" e la "scuola" si fanno ora temi centrali e riletti in modo articolato, perfino contrastivo, ma che riconfermano questi due "spazi" come quelli canonici per l'infanzia bien reglée. E proprio Cantatore ci inoltra in questo groviglio di modelli, sottolineandone ora il conformismo, ora la rottura ideologica, attraverso il fantastico, attraverso un realismo più schietto. Mentre Faeti si sofferma nel suo contributo al volume sugli aspetti di infanzie emarginate e/o marginali, perché eccentriche, eversive o idealizzate, come quella dei "piccoli santi" degli ex-voto. Poi ci sono le infanzie di De Amicis, di Collodi, delle scrittrici "rosa", dei teatri per ragazzi, di Capuana stesso, sviluppate da vari autori, che mostrano le varianti letterarie di queste "infanzie borghesi" o "popolari", sottolineando la tensione complessa che le codifica e le attraversa. Ma, letterariamente parlando, questa avventura "tra i due secoli" ha prodotto un modello narrativo per l'infanzia ricco e variegato, che a sua volta ha costruito un "canone" letterario di cui siamo ancora figli e un fascio di testi e di figure che ancora nutrono il nostro immaginario di adulti. E i più giovani? E i ragazzi? Ormai forse quel loro immaginario sta in altri testi e in altre forme espressiva: tra il fantasy e i videogiochi (a loro volta anche narrativi), in particolare. Con un netto scarto rispetto al passato.
Allora dall'incrocio dei due studi ben si viene a modellare la stagione attuale di questo fronte narrativo; la sua complessità, la sua sofisticazione, la sua ricchezza, già, di tradizione. E la sua ancora centrale e consapevole attualità. Dopo la TV, dopo i videogiochi, dopo il gioco multimediale etc., il libro-che-narra resta ancora funzionale per formare una mente a più dimensioni e critica al tempo stesso. E proprio perché nella narrazione ci consegna linfe di esperienza e di metaconoscenza, in un gioco sottile e di sponde. Di cui tale letteratura (quella per l'infanzia) porta oggi i segni.
Franco Cambi
Franco Cambi
Orsinario di pedagogia generale e sociale, Università di Firenze
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